Gilles Bensimon Dakar 1982
Barigo 500
Barigo 500
Ventiquattro anni, minuta e dai lineamenti gentili, Veronique Anquetil nella vita di tutti i giorni fa la commessa e quando posa vicino alla sua Yamaha 600 TT sembra ancora più fragile. In realtà questa ragazza non ha solo vinto la classifica femminile, è anche arrivata 15ma assoluta!
Alla sua terza esperienza nella Parigi-Dakar è finalmente riuscita a vedere l’arrivo, sopportando l’anno precedente la tristezza del ritiro a soli 400 km da Dakar.
Cosa l’ha spinta a partecipare?
«Mi piacciono le corse, ci confida prima della partenza della speciale che da Sali Portudal la porterà finalmente a Dakar. Partecipo a gare di enduro anche in Francia, ma lì le prove sono più brevi e inadatte ad una donna. Qui in Africa, invece, conta il sapersi amministrare. Non sono mai andata molto forte ma non mi sono mai fermata, non sono caduta che quattro volte, ed a velocità non eccessive. Nel frattempo i ragazzi rompevano le loro moto, cadevano spesso… Ho fatto una gara d’attesa perché ho un fisico resistente, che sopporta bene la stanchezza smaltendola giorno per giorno».
Hai sofferto di qualche inconveniente specifico per il fatto di essere una ragazza in una corsa tanto virile?
«Direi di no, è una questione di abitudine. Ormai sono considerata un pilota come tanti altri».
Qual era la tua posizione quest’anno?
«Partecipavo ufficialmente sponsorizzata dalla Pastis 51 dalla Sonauto e dalla Total con un veicolo di assistenza che dividevo col giornalista Pierre Marie Poli».
Fonte motosprint
Foto Mimine Magnin
M. Pilet su Honda XR 250 R, 21º nella generale della Dakar 1989 a solo 20’00”30 da Lalay!
motogruptortugas.blogspot.it
Partenza di tappa della Dakar 1983, si riconoscono da sinistra la Honda XL 500 di Auribault (22°), Drobecq (2*), Rigoni (rit.) e Vassard (rit.)
Il team Sonuato negli anni ’80 era una vera potenza, nella velocità, cross e Dakar, faceva incetta di titoli e vittorie.
Questa pubblicità rende merito ai propri piloti, nel nostro specifico Bacou, Stearn, Mingels e Vimond.
Il traguardo della Dakar 1982 si avvicina, a Nioro du Sahel fra le moto il successo va alla Yamaha di Guy Albaret. Si partì per la speciale Nioro du Sahel-Tambacounda, con le due tappe di 260 e 120 chilometri. A Kayes vinse Jacky Barat (Honda), e a Kadira ancora Guy Albaret. Ma la giornata di Pambacounda è segnata dal doppio colpo di scena il cui protagonista è Jean-Paul Mingels.
In seguito alle penalizzazioni inflitte a Vassand e Rigoni, fu il terzo uomo della squadra Sonauto sulla sua Yamaha XT 550 ad andare in testa alla generale. Ma il destino non ha rispetto, è cinico e baro anche con gli eroi: Mingels fu vittima di una rovinosa caduta a 250 km da Dakar e per via di un errore nel roadbook, alla velocità di 150 km/h si infilò in una crepa nel terreno.
La caduta che consegue fu davvero rovinosa e traumatica. La lista delle fratture subite sembrò non finire mai: frattura cranica, della colonna vertebrale, del bacino più numerose fratture a braccia e gambe.
Tutti gli altri piloti capendo subito la gravità dell’incidente, si fermarono e attesero finché non sopraggiunse l’auto dell’assistenza medica. Fra questi anche Vassard, che gli aveva ceduto il giorno prima la leadership della classifica, e pur di fronte alla possibilità di fare il “colpaccio” e tornare in testa alla classifica, fu il primo a tornare indietro in cerca di soccorso. Cyril Neveu passò automaticamente al comando della corsa con due ore di vantaggio. Dal giorno della rottura del suo motore, a Tit, ne recuperò quasi venti!
Mancavano solo due giorni di una gara che, finalmente, scese di tono per offrire ai superstiti l’opportunità di raggiungere Dakar senza ulteriori sconvolgimenti. A Tiougoune con tre speciali, poi la volata finale verso Dakar, sino alla spiaggia del Lago Rosa. Le quattro speciali conclusive andarono a Olivier Kirkpatrick, Marc Joineau, Michel Merel e, l’ultima, al vincitore della corsa, Cyril Neveu.
La Honda può finalmente festeggiare: sui primi due gradini del podio Cyril Neveu e l’eroe Philippe Vassard e al terzo, con lo stesso motore delle Honda incastonato nel telaio Barigo, Gregoire Verhaegue, 21 anni, privato eroico arriva a Dakar completamente da solo – concorrente privato purissimo – dal primo all’ultimo giorno.
Dal letto dell’ospedale, Mingels, appena rivenne affermò: “la mia XT è caduta in un buco, ma la colpa è solo mia”.
Per la cronaca, l’anno dopo si presentò al prologo di Parigi!
Foto main Gigi Soldano
Tanica, sacco a pelo, cassetta degli attrezzi, lo spirito delle prime Dakar. Qui Guy Bernard su Husqvarna 250 2T in gara nell’edizione del 1982.
Foto Gigi Soldano
Il francese dal nome impossibile, non si classificò al traguardo della Dakar 1981, ma aveva comunque una gran manetta!
Foto Gigi Soldano
Non è stata fortunata l’edizione 1986 della Parigi-Dakar per il team Guzzi. Partiti sulla spinta dall’entusiasmo di Torri, che l’anno passato aveva raggiunto relativamente senza problemi Agadez prima del ritiro, la mini armata franco-italiana composta da tre moto (guidate da Torri, Rigoni e Drobecq) due Pinzgauer ed un camion, tutti sponsorizzati da Neff e Total, ha alzato bandiera bianca già a Tamanrasset, un risultato decisamente inferiore a quello conseguito nel 1985.
«Purtroppo abbiamo avuto una .serie di inconvenienti tali da costringerci a prendere una decisione dura è il commento dello: stesso Torri probabilmente una partita difettosa di cardani. Fatto sta che la rottura dell’albero della trasmissione è stata frequentissima, tanto che posso dire che in questa Dakar è stato più il tempo che ho passato fermo ai bordi della pista che sulla moto».
Senza questo inconveniente sareste stati competitivi?
«Difficile da dirsi, certo è che il motore finalmente spingeva forte. Anche la ciclistica era nettamente migliorata rispetto a quella della moto da me portata in gara nel 1985, merito questo dell’interessamento dell’importatore francese il cui entusiasmo aveva fatto sì che quella che era un po’ una mia fissazione personale divenisse una vera e propria squadra e con compagni quali Drobecq e Rigoni. Continuare sarebbe stato troppo penoso: la moto, rottura dei cardani a parte, andava bene. A causa della pessima posizione in classifica noi si partiva piuttosto avanti ed abbiamo potuto constatare quanto fosse difficile per gli avversari venirci a prendere. Poi, purtroppo, il cardano si spaccava in punti incredibili e per noi erano lunghe attese. Dopo la riparazione recuperavamo, ma tiravamo così tanto da sollecitare la frizione in modo esagerato, così erano altre fermate. Personalmente ritenevo umiliante la situazione. La Guzzi non è una moto che può fare il fanalino di coda in questo modo».
Una delle moto è anche andata distrutta, perché?
«Rigoni ha voluto continuare a partire nella speciale dell’Assekrem, è caduto, la moto ha preso fuoco».
Nonostante questa “Caporetto” vediamo che il team è ancora tutto unito qui a Niamey, come mai?
«Lo facciamo per gli sponsor nonostante tutto vogliamo presentarci sulla spiaggia di Dakar per ringraziarli della fiducia. Credo si siano resi conto che la nostra responsabilità è limitata e che il team ha fatto il possibile del resto penso che l’intenzione sia quella di continuare perché la Guzzi ha del potenziale ancora da sfruttare».
Fonte motosprint
Le trasformazioni rallistiche commercializzate da Belgarda per la Yamaha XTZ 660 Ténéré sono state approntate verso la fine del 1991 (dopo la presentazione ufficiale della Ténéré 660); erano pensate per rendere le nuove moto adeguate alle maratone africane; era un progetto BYRD realizzato in collaborazione con Acerbis che ha materialmente prodotto i serbatoi in poliuretano reticolato.
Beppe Gualini si occupò dei vari collaudi delle moto allestite con i nuovi kit rally.
Nel libro della Parigi Le Cap 1992, risultano iscritte 31 XTZ 660, ma dalla documentazione BYRD le moto immatricolate BYRD-italia erano 7, più tre SuperTénéré 750. I francesi ne avrebbero iscritte 6/7 con la configurazione azzurro-Francia e serbatoio come la marathon poi venduta.
La squadra italiana sarebbe stata composta da tre o quattro moto oltre alle sette direttamente intestate alla BYRD. Il kit Marathon era composto da molte parti ed ognuna poteva essere montata senza necessariamente acquistare il kit completo. La BYRD forniva insieme ai pezzi, il manuale nel quale erano illustrate tutte le fasi per il montaggio dei vari componenti.
La moto in oggetto è stata acquistata da Ettore Petrini di Bastia Umbra (PG), per prendere parte alla Paris-Le Cap del 1992; il suo numero di gara era il 55 (Fabrizio Meoni lo stesso anno corse con il 56 con una Yamaha Marathon identica a quella di Petrini).
Ettore Petrini si ritirerò per una caduta durante una delle prime tappe in Africa. Lo stesso Petrini aveva partecipato a precedenti edizioni della Parigi-Dakar con alterne fortune (ricordo il suo 42° posto all’arrivo della Dakar del 1990). La sua Yamaha è ora di proprietà del Dott. Livio Fioroni, un collezionista di Perugia che l’ha acquistata alcuni anni fa; il mezzo è in condizioni eccellenti anche se sono stati rimossi alcuni accessori tipicamente rallistici (strumentazione ed altri piccoli componenti) ed è stata eseguita una verniciatura che conferisce al mezzo una livrea vicina alle Yamaha France ufficiali degli anni successivi; le caratteristiche attuali del mezzo ne permettono un utilizzo stradale particolarmente piacevole con la consapevolezza e la soddisfazione di essere in sella ad un mezzo che ha preso parte alla gara motociclistica più dura ed affascinante del mondo. Una caratteristica che accresce l’interesse di questo mezzo: sono ancora presenti tutte le punzonature della Paris-Le Cap del 1992.
Testo e foto Massimo Fabi
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